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La cuccuma: storia di una paternità contesa tra Napoli e Parigi

Oggi il nome della caffettiera reversibile che utilizza il sistema Percolazione a Capovolgere è uno solo anche fuori dai confini italiani: Napoletana. Con questo termine vengono infatti identificati tutti quegli apparati che utilizzano il sistema di preparazione del caffè mediante ribaltamento.

‘A machinétta

Napoli è così strettamente e storicamente legata al caffè per la passione e la meticolosità che qui viene dedicata alla sua preparazione domestica e al rito della degustazione, che non stupisce abbia dato nome, paternità e fama a una caffettiera tutta sua: la cosiddetta ‘a machinétta.

Già ai tempi delle crociate, infatti, il Mezzogiorno d’Italia era zona di transito per pellegrini e crociati diretti verso la Terra Santa o di ritorno da essa, che venivano certamente in contatto con le usanze e i prodotti orientali.

Inoltre, negli anni intorno al 1450 a Napoli risiedeva la corte di Alfonso d’Aragona, re di un vasto impero le cui numerose navi solcavano il Mediterraneo stabilendo intensi traffici commerciali con l’Oriente. È dunque assai probabile che il caffè e le modalità per prepararlo fossero giunti già a quel tempo nel napoletano dai porti del Levante.

Il caffettiere ambulante

Fu però solo durante l’Ottocento che l’aromatica bevanda conquistò la capitale partenopea. Comparve nelle sue strade la figura del caffettiere ambulante, uomo provvisto di due tremmoni (contenitori), uno per il caffè, uno per il latte, e di un cesto contenente tazze e zucchero.

Quando l’oscurità notturna non si era ancora del tutto diradata, nel silenzio dei vicoli ancora assonnati echeggiava la sua voce che invitava a un risveglio addolcito dalla fumante bevanda.

Il Racconto Storico Medico di Picardi

Nel 1845 il caffè era talmente legato alla cultura partenopea da spingere il cittadino e medico napoletano Gaetano Picardi, appassionato consumatore dell’infuso, a pubblicare il volume ‘Del caffè. Racconto Storico-Medico’, più di cento pagine fitte di informazioni che spaziavano dalla scoperta del caffè ai metodi di preparazione domestica.

Per preparazione deve intendersi la tostatura dei grani, la loro macinatura e la finale infusone con tanto di descrizione degli utensili e apparati in commercio corredata da consigli e raccomandazioni.

A pagina 102 dell’opera, Picardi, avendo poco prima dichiarato il proprio favore per il sistema di preparazione a infusione rispetto a quello di decozione per bollitura, continua asserendo che: ‘Generalmente si prepara l’infusione in due maniere, o immergendo la polvere nell’acqua bollente della caffettiera, o versandovi sopra l’acqua bollente in recipienti di diversa costruzione, e che si chiamano macchine da caffè’.

Picardi conclude dichiarando che: ‘Presentemente le macchine che sono più comunemente in voga, sono quelle che chiamasi alla Beloy, alla Laurens, ed alla Morize; le quali macchinette presero nome dai loro inventori e son basate sopra le più semplici leggi della fisica’. Sulla terza si sofferma la nostra attenzione.

La macchinetta di Morize

In un trattato del 1845 sul tema del caffè e delle caffettiere stampato a Napoli e scritto da un autore partenopeo appassionato consumatore della bevanda, la caffettiera del tipo ‘alla Napoletana’ viene definita come ‘abbastanza conosciuta’ e segnalata con il nome commerciale ‘alla Morize’ che sembra proprio riferirsi all’inventore parigino titolare del brevetto.

Si tratta quindi di capire se ‘a machinètta ha visto la luce a Napoli o se è qui giunta dalla Ville Lumiere, adottata e amata come figlia natia.

Che l’apparato di Morize citato dal Picardi sia effettivamente la stessa caffettiera a capovolgere disegnata, descritta e registrata a Parigi con il brevetto depositato nel 1819 non ci sono dubbi. Altri trattati pubblicati in Italia nello stesso periodo la citano e descrivono minuziosamente.

Un barlume di speranza

Un barlume di speranza circa il riconoscimento dell’italica paternità si apre grazie all’imprescindibile libro scritto da Ian Bersten, ‘Coffee Floats, Tea Skins’ che a pagina 70 recita: ‘Un libro italiano pubblicato a Verona nel 1751 descriveva una macchinetta da caffè che aveva le caratteristiche di un filtro reversibile e sosteneva che il congegno era molto diffuso in Italia’.

Il libro a cui si fa riferimento è quello redatto dal dottor Giovanni Dalla Bona, dal titolo ‘Dell’uso e dell’abuso del caffè, dissertazione storico-fisico-medica’, pubblicato in prima edizione a Verona nel 1751.

L’anno è di gran lunga antecedente a quello di qualsiasi brevetto francese conosciuto e, a prescindere dall’ufficialità acquisita con il deposito dell’invenzione, sposterebbe l’ago della bilancia, quello della paternità naturale dell’apparato, verso le terre a sud delle Alpi.

Si consideri, inoltre, che nella Francia di inizio Ottocento la documentazione di brevetto veniva rilasciata indifferentemente per invenzione vera e propria, per miglioramento della stessa e pure per l’importazione di un ritrovato da altro Paese.

La luce: il Poliorama Pittoresco

A questo punto, per l’ultimo grado di giudizio, ci affidiamo al deus ex machina che ha risolto ogni diatriba sulla napoletanità della Napoletana, il nome e cognome dell’inventore rivelato nelle pagine del più diffuso e autorevole periodico partenopeo della metà del XIX secolo, ‘Poliorama Pittoresco’.

Dal 17 agosto 1840, il signor Antonino Mariani, meccanico residente a Napoli, diventa ufficialmente, per propagazione di voce e forse pure a sua insaputa, l’uomo della caffettiera Napoletana.

Solo ventuno anni prima dell’uscita dell’articolo, nel 1819, mentre a Parigi Morize, lattoniere, depositava il proprio brevetto, a Napoli il signor Antonino meccanico fabbricava senza depositare alcun brevetto un apparato simile in banda stagnata che mise in vendita semplicemente chiamandolo ‘a machinetta.

L’articolo di Poliorama recitava: ‘Essa (l’infusione del caffè) può avere luogo con l’acqua calda o fredda; ed i questo ultimo caso, si ha una essenza soave, ma lenta e non perfetta. La maniera più semplice per fare l’infusione calda, è di versare acqua bollente sul caffè che si pone in un recipiente chiuso, o meglio nella caffettiera alla Dubelloy; questa caffettiera è composta di due vasi, l’uno superiore ove si ripone il caffè polverizzato, e l’acqua bollente, l’altro inferiore ove cola l’acqua dopo essersi impregnata di caffè traversando la polvere dello stesso e la specie di crivello che la contiene’.

In una nota si scrive: ‘A que’ tra i nostri lettori che al par di noi amano bere del buon caffè, consigliamo di servirsi della semplice, quanto ingegnosa e comoda macchinetta del nostro meccanico Antonino Mariani’.

L’autentica napoletana

A detta di molti contemporanei, il difetto della macchinetta di Morize consisteva nel fatto che la polvere di caffè discendeva i lati della caffettiera impedendo all’acqua di filtrare correttamente. Inoltre a causa dei limiti della tecnologia probabilmente insoddisfacente, la cucitura di giunta nel fondo correva il rischio di dissaldarsi.

Fu soprattutto a Napoli che, fino alla seconda metà del XX secolo, questo tipo di caffettiera venne migliorata nella sua componentistica interna e costruita in alluminio senza giunture alla base tanto da diventare a pieno merito l’autentica Napoletana.

(da Coffee Makers. Macchine da caffè, di Enrico Maltoni e Mauro Carli, 2013)